Testimonianza di Licia Carletti

 

    Sin dall’inizio del 1944  mio padre e mio fratello Luigi - ufficiale di artiglieria, renitente alla leva di Salò- si erano attivamente impegnati  nel movimento di Resistenza.

    Verso la metà del giugno, dal  belvedere sulla Valdichiana  della nostra villa di Serarmonio , situata sulle colline che si alzano alle spalle di Monte S. Savino, cominciammo a scrutare l’avanzata  sempre più  rapida della VIII armata inglese. La convivenza nella villa con i soldati  tedeschi  da tempo addetti alla radio e alla contraerea, aveva ormai  i giorni contati. Facevamo già progetti per il futuro. Ricordo che un giorno dissi a mio fratello : “Ormai c’è poco”. Lui mi rispose : “Eppure si sarebbe ancora in tempo a morire”. Mi raccontò, sempre in quei giorni ,di un suo sogno orribile.  Era stato afferrato da alcuni uomini che poi gli avevano sparato. Aveva sentito le pallottole  attraversargli  il corpo, ed, essendo disarmato, aveva cercato di difendersi rivolgendo  con le mani quelle stesse pallottole contro i suoi nemici.

     Arrivammo così, in questo clima di attesa e di trepidazione , al  pomeriggio del 28, quando la villa fu improvvisamente invasa , in mezzo ad una enorme  concitazione ,da un reparto della  Felgendarmerie  della  divisione Hermann Goering. Chiesero alloggio. Tutti ci restringemmo. Io mi ritirai in una camera con la mia amica Aurora. Ma  la mattina verso le quattro, prima ancora dell’alba,  alla luce di torce e candele, fummo improvvisamente svegliati   e messi in fila al secondo piano . Ci dichiararono  prigionieri e capimmo subito che eravamo ormai in loro pieno potere. Cominciava  così la più terribile  avventura mia e della mia famiglia. Serarmonio, piena di vita e di attività agricole, con il suo giardino fiorito, i suoi animali, i suoi pavoni,  si apprestava a diventare il teatro di una  violenza e di una ferocia  inaudite.

    Mi dicono talvolta di essere animista, ma io so che quel luogo morì in quei giorni assieme ad una parte importante di noi sopravvissuti.

    Non ricordo perché ma anche mio fratello che, in ragione della sua attività clandestina , era solito dormire nei boschi, cadde  nella trappola  assieme a tutti noi. La mattina del 29 venivano intanto fatti affluire alla villa altri prigionieri . Il capitano Heinz Barz, ai cui ordini si trovava il distaccamento della Feldgendarmerie , aveva deciso di raccogliere  quante più notizie possibili sui partigiani locali. Nella vicina casa del guardiano cominciarono così interrogatori e torture. Nei prossimi giorni avremmo sentito in continuazione le urla terribili dei torturati e spari. Mio fratello mi disse : “Finche' siamo insieme si sopporta tutto”. Ma venne presto il suo turno.  Prima che fosse prelevato- e fu quella l’ultima volta che lo vidi- avevamo fatto un patto tra  noi. Dovevamo fare il possibile per avvisare gli ex prigionieri inglesi che nei boschi circostanti dipendevano dal nostro aiuto- ciò che con qualche stratagemma riuscii a fare. Ma  soprattutto non dovevamo in alcun modo parlare. Luigi Carletti  tenne fede con la  vita a quel patto.  Ininterrottamente torturato per giorni, fu  fucilato il 2 luglio, quando la Hermanna Goering  ripiegò   verso il Valdarno. Mio padre, sottoposto per primo a tortura, era invece riuscito a calarsi dalla finestra di una stanza del terzo piano, dove era stato  lasciato esanime. Lo avremmo rincontrato dopo la Liberazione a Firenze.

      In questo clima di terrore alcuni soldati tedeschi rivelarono un atteggiamento più umano. Erano musicisti, membri della banda musicale della Hermann Goering . Una fotografia di Mascagni dedicata a mia madre, nel salotto della villa in cui si  trovava anche un grande pian.oforte a coda,  valse a richiamare la loro attenzione. Ma fu la sera del 29 giugno che una delle sentinelle incaricate di sorvegliarci, Erwin Roehl, suonatore di flauto, mi rivolse per primo la parola. Mi informò del terribile massacro avvenuto la mattina a Civitella e della fuga di mio padre, riuscita, mi disse, anche in ragione del fatto che egli aveva ritardato l'allarme . Mi trovò piena di diffidenza. Temevo un tranello per strapparmi, insieme alla fiducia, anche qualche informazione importante. Ma nei giorni successivi   atteggiamenti di protezione e di difesa dall'aggressività dei loro più bestiali commilitoni si ripeterono da parte dei musicisti, i quali in vario modo tenevano a sottolineare la loro estraneità e la loro differenza rispetto agli uomini  della Feldgendarmerie. Quando mia madre, colpita da  una profonda crisi nervosa  per la bufera che si era  improvvisamente abbattuta sulla sua vita, cercò di tagliarsi le vene con un vetro, anche Rolf Matthes, suonatore di corno, mutò atteggiamento nei nostri confronti. Ricordo infine Max Milde,  appena ventenne, seduto sugli scalini di una casa di contadini, in preda ad una crisi di pianto . Non voleva accettare che la guerra contro inglesi e americani si trasformasse in una guerra contro i civili, così come stava avvenendo in quei giorni.

     I miei sforzi per avere notizie sulla sorte toccata a mio fratello non avevano  intanto alcun successo e i musicisti , anche nei giorni successivi, mai vollero dirmi  della fine cui era andato incontro, forse pensando di differire così il terribile dolore che doveva abbattersi su  noi della famiglia sopravvissuti. Il pomeriggio del  2 luglio anch’io dovevo essere scortata nei boschi per partecipare alla ricerca  dei partigiani, quando giunse inatteso,  l’ordine di ripiegare verso il Nord. Mentre la truppa abbandonava precipitosamente la villa in mezzo ad un trambusto indicibile, i musicisti mi dissero che quell'ordine poteva significare la mia salvezza.  Fummo caricati sull’ultimo camion che chiudeva la ritirata. Dopo il nostro passaggio tutti i ponti venivano fatti saltare. Arrivammo a Bucine, a circa 20 km. da Monte S. Savino, sotto i continui bombardamenti della aviazione inglese. Lì  fui sottoposta a nuovi interrogatori circa i nostri rapporti  con i partigiani e con i servizi di informazione degli alleati. Alla mia domanda sulle ragioni di un tale atteggiamento persecutorio, l’ufficiale inquirente mi rivelò l’esistenza di una precisa denuncia anonima da parte di italiani, mostrandomi un foglio su cui era attaccata la fotografia di mio fratello. Tutt'oggi considero quella delazione molto più spregevole e imperdonabile  delle violenze cui fummo sottoposti, inermi, dai nostri nemici. Del resto in quei giorni i pochi repubblichini mescolati ai tedeschi - i cosiddetti interpreti- si distinsero per  una ferocia spesso gratuita verso noi italiani.

     Nel frattempo il reparto della Feldgendarmerie  ci aveva attribuito la qualifica di ostaggi. Il che significava - come i musicisti ci fecero sapere - che su di noi prima o poi si sarebbe abbattuta la rappresaglia  per qualsiasi attentato che fosse stato fatto alla vita di soldati tedeschi. Di qui il loro progetto di trasferire me e mia madre   a Firenze  presso le scuole Leopoldine , in piazza S. Maria Novella, dove era stato allestito  un campo di  raccolta per prigionieri destinati  ai campi di lavoro in Germania.  Matthes si offrì di accompagnarci.  Quando arrivammo alle Leopoldine fummo introdotte in un gigantesco salone brulicante di persone in attesa di partire per la Germania. A noi fu attaccato al collo un cartello con la scritta Duesseldorf , indicante la nostra destinazione. Ma le condizioni di salute, fisiche e nervose, in cui versava mia madre facevano apparire la nuova situazione non meno precaria e difficile di quella da cui eravamo appena uscite. Mia madre non avrebbe potuto affrontare una deportazione in Germania. Cercai inutilmente un medico. Tentai  poi di sollecitare l’appoggio dei frati domenicani presenti alle Leopoldine. Ma ci furono ostili. Poiché  nessuno ci aiutava, Matthes,  pressato dall’obbligo di ricongiungersi alla sua unità, escogitò e mise in atto per noi un piano di fuga.

     Sulla base di un ordine da lui falsificato avremmo dovuto superare i diversi  posti di blocco che controllavano l’uscita  dall’edificio. Niente, ovviamente, avrebbe dovuto trapelare di quel singolare  e paradossale rapporto di familiarità che tra noi si era creato in quei giorni  di violenza e di morte.  Avvicinò il suo camion al portone dell’edificio per essere pronto a partire, non appena fossimo giunti all’aperto. Poi, dopo averci spiegato il  piano,  cominciammo a tentare la sorte. Lui camminava alle nostre spalle e noi sentivamo senza capirli gli ordini che con voce concitata scambiava con le  sentinelle tedesche. Superato l’ultimo posto di blocco ci intimò di non voltarci e di non salutarlo. E così facemmo. Sentii distintamente il rumore del suo camion che partiva e fui assalita da un senso di desolazione e di abbandono. Ora eravamo irrimediabilmente sole, senza protezione, senza documenti e senza soldi. Per alcuni attimi rimanemmo immobili in mezzo alla piazza deserta e assolata, pensando di essere subito riacciuffate dai nostri carcerieri. Poi decidemmo di voltare l’angolo  per trovare un primo riparo. Non sapevamo dove andare , in una città desolata, in cui si consumavano,  alla vigilia della Liberazione, gli ultimi orrori della occupazione nazista. Pensai  che nel collegio del Sacro Cuore , nel viale Michelangiolo, dove avevo trascorso un periodo di studio, avremmo potuto trovare accoglienza e rifugio .E così fu- anche se poco dopo fummo costrette a  riprendere il nostro  difficile peregrinare nella città.

    Il ristabilimento della normalità significò   fare i conti con la certezza della morte di mio fratello. Senza di lui, assassinato a 23 anni, la mia famiglia fu per sempre segnata. Il tempo si era fermato. Non tornammo mai più nella villa, peraltro saccheggiata da sciacalli durante la nostra assenza forzata. Dopo la guerra Erwing Roehl  prese l’iniziativa di una corrispondenza con la mia famiglia  nella quale rinnovava i sentimenti della sua solidarietà.  Ci furono vari scambi, ma la comunicazione  si interruppe dinanzi alla sua richiesta di un incontro. La mia mente era rimasta bloccata ai giorni  in cui si era  consumata la tragedia  di Serarmonio, e non tollerava in alcun modo la idea di una continuità e di una trasformazione dei rapporti che allora si erano stabiliti.  Niente  invece seppi poi di Matthes. Solo pochi anni orsono chiesi ad un amico tedesco conosciuto all’Elba di  aiutarmi a   rintracciarlo, a partire dall’indirizzo di  posta militare che egli mi aveva lasciato nel luglio del 1944 su di una copia del Faust. Dalla moglie  apprendemmo che era morto  nel 1994. La vedova aveva saputo tutto del feroce episodio di guerra  nazista contro i civili in cui si era trovato coinvolto il marito, il quale aveva conservato fino alla morte  la triste memoria di quei giorni.

                                                                                                                ( Raccolta da Leonardo Paggi)

 

 

 

Testimonianza di Elizabeth Van Genereden Roehl 

 

     Mio marito Erwin Roehl era un musicista appassionato. Aveva ereditato il  suo talento musicale dal nonno materno Neitzel, un prete luterano che abitava nella cittadina  di Podiuch  vicino a Stettino. Il nonno suonava il pianoforte, l'organo, il violino  e scriveva  anche poesie.

     Erwin studiò musica a Berlino  e scelse il flauto come  materia principale. Nel 1939 fu  arruolato  nella banda musicale della Hermann Goering e nei primi anni di guerra ciò rappresentò un grande fortuna  perché i musicisti non erano  mandati al fronte. La banda musicale era  una grande orchestra  composta di cento elementi : flauti , clarinetti, oboi, corni,  e tutti gli altri strumenti a fiato.  Goering era molto fiero di questa banda, e la faceva sempre suonare per il suo compleanno. Anche Erwin  aveva suonato in queste occasioni.

    Con mio marito ci  conoscemmo  per caso  nel gennaio del 1944 a Utrecht in Olanda , dove allora si trovava la banda. Io avevo 18 anni e Erwing 24. Mio padre era olandese, mentre mia madre era nata in Germania.  Presto ci trovammo con Erwin d'accordo su molte cose., anche su di una valutazione negativa della guerra e delle sue conseguenze ormai facilmente immaginabili. Erwin era un uomo sensibile, modesto , calmo , e soffriva molto  della situazione in cui tutti ci trovavamo. Nel marzo la banda fu trasferita in Italia  e nel  maggio ricevei una sua lettera da  Lucca con dentro un mazzetto di lavanda e  una foto che lo ritraeva  in uniforme, con il suo flauto , in occasione di un concerto pubblico, accanto ad un suo compagno al pianoforte. Poco dopo,  nel clima  di  crescente difficoltà   provocato dai sempre nuovi successi militari degli alleati, la banda  fu sciolta  e i suoi componenti furono distribuiti tra varie unità della divisione. Con orrore  Erwin  apprese di essere stato  assegnato assieme ad altri compagni alla Feldgendarmerie, una unità nota  per la sua spietata crudeltà. Non seppi più nulla di lui fino al gennaio del 1945 , quando lo incontrai di nuovo per 24 ore a  Berlino, in occasione di una breve licenza dal fronte orientale. Ci rivedemmo nuovamente nell'agosto a Korbach , vicino a Kassel.  Con l'avanzata dell'armata rossa nella Prussia orientale  Erwin era riuscito a fuggire  attraverso un viaggio drammatico nel mar Baltico ed era stato poi portato come prigioniero in Inghilterra. Già  nei primi giorni dopo il suo ritorno  assieme agli ultimi terribili mesi di guerra,  Erwin  cominciò a  ricordare l'Italia  e  in particolare gli avvenimenti di Villa  Carletti.

     Mio marito descriveva  la residenza della famiglia Carletti come una villa bella e signorile, situata in collina, con un'ampia vista sul paesaggio circostante. Alla fine di giugno la Feldgendarmerie  vi si era stabilita   sospettando collegamenti tra i proprietari  e  soldati alleati ex prigionieri.  Non essendo ancora pronti per altre mansioni militari, ai musicisti fu dato un compito di sorveglianza. Erwin ricordava quei giorni  con sofferenza. Il brutale  trattamento cui era stata sottoposta la famiglia Carletti , a lui molto simpatica,  non cessava di procurargli un senso di tristezza e di vergogna. Ricordava che quando aveva visto la madre e la figlia costrette a dormire per terra egli era riuscito a procurare loro un materasso. Il figlio Luigi era stato chiuso in una stalla, mentre il padre era riuscito a scappare. Erwin aveva dato  a  Licia la notizia della avvenuta fuga del padre, senza sapere ancora  della sorte terribile cui stava andando incontro il fratello. Dopo pochi giorni la villa era stata sgomberata. Mio marito, assieme agli altri musicisti, riuscirono a trasferire la signora Carletti e la figlia a Firenze, da dove sarebbero  dovute partire per campi di lavoro forzato in Germania. Successivamente i musicisti  riuscirono ad organizzare la fuga delle due donne. Solo dopo  Erwin seppe che la Feldgendarmerie aveva fucilato Luigi Carletti.

    Subito dopo la guerra Erwin scrisse a Licia come le aveva promesso , allorché le aveva lasciato il suo indirizzo prima di separarsi da lei. Il primo novembre del 1947  io ed Erwin ci sposammo a Berlino, dove siamo vissuti fino al 1953.  Poi mio marito divenne primo flauto dell'orchestra  filarmonica di Bielefeld . Nel 1990 facemmo un viaggio organizzato in Italia. Ricordo che  nell' autobus, sull'autostrada per Roma ,  Erwin mi disse:" Ma come si può fare la guerra in un  paese così bello !". Tutti e due abbiamo sempre amato l'Italia.

    Erwin è morto nel maggio  del 1997. Ho trovato dopo la sua morte una cassetta  in cui aveva registrato  per i figli e per i nipoti quelli che erano stati i  pensieri e i sentimenti che aveva nutrito nel 1944. In questa registrazione  mio marito ricordava ancora   una visita che aveva fatto nel marzo del 1944 alla tomba del nonno materno a Stettino.  In un dialogo immaginario con il defunto egli  aveva  cercato di  indovinare  come  il nonno avrebbe commentato  gli orrori in cui  si stava concludendo la seconda guerra mondiale. Erwin si era  allora ricordato come dodici anni prima, nel 1932 , quando era ancora  un bambino, insieme al nonno avesse tradotto dal francese al tedesco  dei passi del vangelo di  Luca.   In questo dialogo immaginario il nonno avrebbe potuto dire: ricordati della fine di Sodoma e della salvezza di  Lot. Non guardare indietro, ma sempre avanti, e ricordati della storia del  buon Samaritano. Non importa se la vita ti spinge nel ruolo del perseguitato o in quello del Samaritano. Nel primo caso  accogli l'aiuto di persone sconosciute,  nel secondo caso sii sempre pronto ad aiutare , di chiunque si tratti. Proprio pochi giorni dopo questo colloquio immaginario con il nonno , avvenuto al cimitero dinanzi alla sua tomba, Erwin era stato mandato in Italia con  la sua banda musicale .

  

                                               (Raccolta da Christiane Kohl e tradotta da Leonardo Paggi )